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Corsa, le differenze tra uomo e donna

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Nella pratica sportiva,  corsa compresa, uomini e donne hanno un motore diverso. Ma le differenze non finiscono qui. Anzi, sono altre e molteplici.

Trascurarle significa incappare in un errore, ancora oggi, troppo comune. Cioè, quello di proporre alle donne lo stesso tipo di allenamento (anche se in percentuale ridotta) dei colleghi maschi. Con il rischio di limitare le prestazioni atletiche, soprattutto nella corsa, disciplina in cui le disuguaglianze tra i due sessi giocano un ruolo fondamentale.

Le differenze anatomiche…

Da un punto di vista meccanico, le donne hanno un bacino più ampio che le porta a produrre una corsa più di frequenza e meno di forza.

Femori e quadricipiti, infatti, sono messi in posizione tale da non consentire alle runner di spingere come i colleghi, né di sfruttare la stessa falcata.

Gli uomini, poi, hanno la tibia, il femore e le articolazione dell’anca su un’ipotetica linea più verticale rispetto al terreno. Particolarità che consente loro di sfruttare meglio la spinta dei quadricipiti e dei glutei, che sono muscoli estensori. Il risultato? Una corsa con ginocchia più alte, una falcata più ampia e una spinta superiore. Un gesto che se da una parte assicura maggiore potenza, dall’altra comporta un grande dispendio di forza muscolare che le donne, avendo una forza leggermente inferiore, non possono permettersi. Nulla di negativo, sia chiaro: sono semplicemente fattori da prendere in considerazione.

 

Le differenze, però, si riflettono anche sulla dinamica del gesto tecnico. Nella corsa, la parte inferiore del corpo lavora in contrapposizione con il busto e le braccia: più si spinge di gambe, maggiore è la pressione a livello della cintura addominale. Gli uomini, che sfruttano la grande massa muscolare degli arti inferiori, devono prestare molta attenzione all’alternanza delle braccia rispetto alle donne che riescono a correre più rilassate. Evidenza che viene subito all’occhio seguendo una maratona in televisione. Una buona sinergia tra le gambe e le braccia rende la corsa più redditizia e meno dispersiva, massimizzando il risparmio energetico.

 

 

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… e quelle fisiologiche

A proposito di fabbisogno energetico, le differenze tra uomo e donna non si limitano alla sola meccanica.

Dal punto di vista fisiologico, le atlete hanno un metabolismo diverso e, a parità di sforzo, sono più abili nel consumare i grassi. Caratteristica che permette loro di preservare il glicogeno.

Un vantaggio che torna utile: avendo meno massa muscolare hanno una concentrazione lievemente inferiore di glicogeno immagazzinato nel fegato e nei muscoli. Per contro gli uomini, andando più veloci, consumano molti più zuccheri. A parità d’intensità, poi, consumano meno grassi, con il rischio di esaurire più facilmente le riserve energetiche.

 

Il ciclo mestruale? Un’opportunità

Ancora troppo spesso si pensa che questo evento fisiologico sia per la donna un grande intoppo. Vale anche nella pratica sportiva. Non è così.

Il ciclo mestruale, infatti, offre una grande opportunità: quella di periodizzare mensilmente gli obiettivi della preparazione fisica.

Considerata la disponibilità dell’organismo femminile a ricevere gli stressor più adeguati a seconda del periodo e, quindi, delle sue condizioni fisiologiche. In questo modo, si creano gli adattamenti opportuni, che possono condurre a un miglioramento concreto della prestazione, nel rispetto dell’organismo.

Differenze anche nel piatto

Le differenze tra i sessi si fanno sentire anche a tavola, soprattutto quando si parla di carboidrati. La fame istintiva al termine dell’allenamento sembrerebbe essere un chiaro invito dell’organismo a ripristinare gli zuccheri persi.

Nelle donne, che hanno preservato glicogeno, sono sufficienti tempi e quantità ridotte rispetto agli uomini per ripristinare queste scorte.

Lo stesso vale per l’idratazione: i runner, avendo più muscoli, generano più calore e, di conseguenza, più sudore. Risultato: una possibile maggiore dispersione di minerali.

Laureata in Scienze Motorie, ha conseguito un PhD in Attività Fisica, Nutrizione e Benessere. Da atleta, ha ottenuto risultati a livello nazionale e internazionale, gareggiando nel canottaggio e nel triathlon. Docente a contratto di Teoria e Metodologia dell’Allenamento presso la Facoltà di Scienze Motorie all’Università degli Studi di Pavia (PV), è responsabile dell’Enervit Nutrition Center (centro di consulenza per l’alimentazione, lo sport e il benessere) per le metodologie di allenamento. È anche consulente nutrizionale della FIDAL per il “Progetto Sviluppo” avviato dall’olimpionico Stefano Baldini. In Equipe Enervit dal 2009, è stata allieva del professor Enrico Arcelli.