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Fatica, sudore, felicità

A piede libero di Alex Zanardi

Ogni verbo può essere coniugato in modi diversi. Ma uno riesce a produrre una differenza “emotiva” in base al tempo con cui viene utilizzato. È il verbo sudare.
Al presente, quando rappresenta il senso di ciò che stiamo facendo, è spesso sinonimo di sofferenza. Proiettato verso ciò che dovremo fare, suscita preoccupazione. Ma al passato, riferito alla sudata già fatta… Beh, allora tende a evocare soddisfazione. Che ne sia valsa o meno la pena, nel ricordo o racconto che facciamo il verbo sudare sottolinea la grande o piccola impresa di cui siamo stati protagonisti. Poter dire, o anche solo pensare, di aver tenuto duro quando c’era da soffrire rafforza il nostro ego e ci fa sentire bene.

Molti si fermano qui. Non per demerito, ma perché la vita è fatta di opportunità. Che a volte arrivano e altre no, che siamo capaci di riconoscere o che ci sfuggono.

 

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La vita perfetta? È fatta di grandi tentativi

Si può passare una vita intera convinti che riuscire a fare le cose sia ciò che regala felicità. Che incassare grandi risultati sia l’unica cosa che conta. Sbagliato.

 

Io penso sia una benedizione scoprire che c’è dell’altro. Che si può entrare nel meccanismo al punto da trasformare la fine di una fatica nel viatico immaginario per riprogettarne un’altra. Quasi un’esigenza, un nuovo orizzonte, da inseguire subito per ricominciare a “sudare”. Che tutto quindi si ribalti. Che, tagliando un traguardo, la malinconia per aver concluso il percorso arrivi a oscurare la gioia che ne deriva.

In sintesi: comprendere che la vita perfetta non è fatta di grandi risultati ma di grandi tentativi per cercare di produrli. E la differenza non è sottile.

I grandi campioni, quelli che stanno là in alto, sono pochi. Ma ognuno di noi può scegliere un cammino nella vita, percorrerlo e scoprire che questo rappresenta la vera gioia. E allora ciò che può renderci felici è a portata di mano.

Il bello di provarci…

Non l’ho vista sempre in questo modo. Fosse successo a metà dei miei vent’anni, quando forza e resistenza erano strumenti migliori, sarei stato un fuoriclasse. Ma ci sono arrivato e questa oggi è la mia forza. A Brands Hatch nel 2012, al secondo oro su due gare, mentre tagliavo l’ultimo traguardo della “mia” Paralimpiade di Londra, riuscivo a pensare solo a quant’era stato bello provarci. Ricordi unici, legati al lavoro quotidiano, istantanee di momenti diversi lungo un tentativo durato tre anni che già rimpiangevo. Avevo vinto, ma si era chiuso un capitolo della mia vita. Un sentimento addolcito solo dalla certezza che il giorno dopo avrei trovato una nuova scusa per ricominciare a “sudare”.

 

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… e di continuare a sudare

Così tiriamo fuori il meglio, che poi si esalta su certi terreni. Certamente nello sport, dove essere eccezionali è spesso l’unico modo per andare avanti. Ma questo motore così potente può spingerci in mille ambiti diversi. Dallo studio al lavoro, dai piccoli impegni quotidiani alle relazioni personali. Fino alle avversità che a volte incrociano il nostro cammino e grazie alle quali puoi capire davvero chi sei.

 

Ho iniziato a vincere la mia Paralimpiade a Berlino, nel 2001. Quando in un letto di ospedale, dopo l’incidente terribile in cui ho rischiato di perdere tutto, ero solamente grato ai medici che mi avevano salvato la vita, alla quale attribuivo un valore mai considerato prima. Lì ho capito chi ero, e sono rimasto curioso di scoprire cosa avrei potuto fare con quanto rimasto. Avendolo imparato nello sport, sapevo che sarebbe stato bello sudare per rimettere a posto tutto.

Un progetto appassionante

In questo spazio mi sentirete parlare di temi legati al lavoro di Enervit, a quello della loro Equipe. Non c’è nessun senso del dovere nei confronti della casacca che indosso, solo la condivisione di un progetto che appassiona e che guardiamo da punti diversi d’osservazione. Ed è questo che ci vede agire in modo complementare. Alcuni nascono più dotati, altri meno, tutti possiamo migliorare.

Nello sport, dove i muscoli sono il nostro motore, per farli rendere al meglio il nostro progetto non può che partire dal tema dell’alimentazione.

Poi serve sperimentare, correggere gli errori, capire in ogni ambito quali siano i dettagli di cui curarsi. Perché non si può far tutto e aiuta chiedere consiglio a chi di lì è già passato. E infine fare sintesi, aggiungendo il nostro ragionamento. Senza pretendere di innovare su ogni cosa, ma nella convinzione che ogni tanto possa accadere… Perché capita pure che qualcuno pensi che un disabile non possa ambire a certi traguardi. Che l’Ironman sia quasi impossibile per un uomo senza gambe. E se in fondo pensi e dici che la tua fatica possa durare meno di dieci ore, la gente strabuzzi gli occhi pensando che tu sia un folle. Per ora sono sceso a otto ore ventisei minuti e sei secondi. Siccome sono ancora per strada, a sudare, sono eccitato all’idea di scoprire cosa possa ancora offrirmi il mio cammino.

Alessandro Zanardi, detto Alex, nasce a Bologna il 23 ottobre 1966. Sposato con Daniela, ha un figlio, Niccolò. A 14 anni inizia la sua avventura automobilistica nelle gare dei Go-Kart. In otto anni vince tre titoli nazionali e un europeo. Nel 1993 è in Formula 1 con la Lotus. Nel 1996 entra a far parte del Team di Chip Ganassi nella serie americana CART World Championship Series. Ci resta giusto il tempo di vincere due titoli Mondiali. Nel 1999 torna in Formula 1 a bordo, però, di una Williams. Nel 2001, sul circuito tedesco di Lausitzring, in Germania, un terribile incidente lo priva delle gambe. Potrebbe fermarsi, invece è la svolta. Nel giro di pochi anni, le sue strabilianti imprese lo eleveranno all’olimpo dei grandi campioni dello sport. Nel 2007 scopre l’handbike e si iscrive alla Maratona di New York: il quarto posto è tutto suo. Nel tempo, forza di volontà, entusiasmo e cura nei dettagli sono le qualità che affina sempre di più per fregiarsi del titolo di pluricampione olimpico nell’handbike. A Londra 2012, infatti, porta a casa 2 ori individuali nella cronometro e in quella in linea. E a Rio 2016, alla soglia dei 50 anni, grazie al lavoro svolto sotto la guida del suo preparatore atletico, Francesco Chiappero, e da tutto lo staff di Equipe Enervit, stravince nella cronometro e nella staffetta. Intanto, tra un’Olimpiade e l’altra, raccoglie altri ori nelle diverse edizioni del Para-cycling World Champioship. Tutto questo, senza mai trascurare il suo primo amore: le auto. Nel 2014 accetta di rivestire il ruolo di Ambasciatore di BMW nel mondo e rimette i panni di pilota nel Campionato Blancpain GT Sprint con la BMW Z4 GT3 ufficiale. Prosegue l’attività para-ciclistica e conquista la Coppa del mondo, il titolo di Campione mondiale nella gara a cronometro e in quella a squadre a Greenville, Stati Uniti. Ma il 2014 sigla anche l’importante incontro tra Alex Zanardi ed Enervit, che seguirà il campione nel suo debutto nella gara più massacrante del Triathlon: l’Ironman World Championship Final di Kona, alle Hawaii. Lo chiuderà in 9 ore, 47 minuti e 14 secondi, classificandosi al 273esimo posto su oltre 2000 partecipanti. C’è dell’altro, però: lo sfidante evento si trasformerà nell’occasione giusta per chiedere ad Alex di diventare Ambasciatore Enervit. Nel 2017 completa l’Ironman di Barcellona in meno di 9 ore. Nel 2018 conquista l’ennesimo oro nella cronometro nel Para-cycling World Champioship. E all’Ironman di Cervia, il tabellone sulla linea d’arrivo registra 8 ore, 26 minuti e 6 secondi: record mondiale per gli atleti con disabilità, all’interno del circuito Ironman. Mentre la classifica generale lo vede al 5° posto assoluto su quasi 3000 atleti in gara. La leggenda continua.