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La scienza risponde. Ma tocca agli uomini fare domande

A piede libero di Alex Zanardi

Ci si domanda spesso se scienza e tecnologia stanno cambiando lo sport. Come? E in che misura?

La riflessione personale sull’argomento parte da un aneddoto. Il mio CT nel paraciclismo, Mario Valentini, ha una certa avversione per le innovazioni tecnologiche. Da decenni vive per un mondo da cui ha avuto e a cui ha dato tanto. Nella veste di commissario tecnico, più che di atleta. D’altronde, alla guida delle sue Nazionali, per numero di medaglie vinte ha battuto ogni altro collega al mondo. Non solo di ciclismo.

Scienza e tecnologia: il Mario (Valentini!) pensiero

È un uomo incredibilmente moderno per come sa parlare e motivare le persone. Ma, come si dice, ha visto la guerra. Su alcuni punti ha convinzioni radicate e fatica ad accettare i cambiamenti.

 

Il torto più grande che un atleta può fare al vecchio Mario è lasciarsi sorprendere ad analizzare il file di un allenamento appena scaricato sul computer. Peggio ancora, mettersi a discutere con un compagno dei watt espressi in questo o quel lavoro.

 

Lui sostiene che un atleta debba saper ascoltare il proprio fisico e basta, che certi strumenti confondano solo le idee. In gara poi, non ne parliamo… «Ma scusa, quello te scatta in faccia e tu che fai? Je dici… Ahò! Molla un po’ che qui l’RSM (sarebbe SRM, il misuratore di potenza, ma Mario storpia sempre i nomi…) me sta a ddi’ che stamo a fa’ troppi watt!».

 

Beh, forse in senso lato Mario qualche ragione ce l’ha. Perché, certo, la tecnologia oggi ci offre strumenti che in passato non avevamo, ma il rischio di addormentarcisi un po’ sopra è reale. Come quello di usarli solo per paura di lasciare indietro qualcosa, senza riflettere sul se e come questi strumenti possano essere funzionali al nostro intento.

 

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Soddisfazioni condivise

Sul tema messo in discussione dal buon Mario io una domanda me la sono fatta. Eravamo al velodromo di Montichiari. Un ambiente chiuso dove, se sei l’unico a girare, c’è totale assenza di aria. Luogo ideale, quindi, per valutazioni aerodinamiche di ruote, leve, posizioni e caschi diversi.

 

Quel giorno il mio CT era piuttosto scettico sul protocollo che avevo ideato: tenendo costante la potenza su prove di tre minuti, ogni modifica avrebbe prodotto una differenza apprezzabile sulla velocità media. In teoria. È stato davvero così anche in pratica! E il metodo si è rivelato tanto preciso che, in nuove sessioni fatte in seguito, a parità di abbinamenti di materiale ho ritrovato gli stessi identici numeri.

 

Alla fine, io ero soddisfatto e Mario ovviamente sorpreso: “Ma guarda ’n po’! Tutti ‘sti team der ciclismo che spendono un sacco de’ sordi in galleria del vento… E tu, con ‘na cazzata, in due ore hai capito de ppiù de tutti questi assieme! Ahò, semplice è semplice, però bisogna pensarce no?!?”. Bisogna pensarci. Bel complimento, quello di Mario. Un modo come un altro per dire che ognuno di noi, tra le carte che ha, deve scegliere quali giocarsi e come. E in un mondo dove la scienza offre sempre di più, non trovate che questo modo di ragionare riveli un’opportunità nel sito che mi ospita?

 

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No all’integrazione fai-da-te

Nelle gare automobilistiche si usa dire: «To finish first, first you have to finish!». Per finire primo, prima devi finire! Come dire: se resti senza benzina, cosa cambia quanto forte tu sia andato fino a quel momento? Ma negli sport più fisici, dove la benzina è la metafora per indicare ciò che fa rendere i nostri muscoli, com’è che funziona?

Perché accade che tanti atleti di buon livello, soprattutto nelle prove più lunghe, non sappiano progettare adeguatamente l’integrazione alimentare perdendo risultati alla loro portata. Ne ho visti parecchi, nelle gare Ironman, sprofondare in crisi irreversibili cui poteva seguire solo il ritiro.

Accade anche il contrario: gente che butta giù gel, maltodestrine o barrette come fossero popcorn, appesantendosi fino a portare il fisico a difendersi come può. Vomito o diarrea, non proprio funzionali alla realizzazione di una performance sportiva d’eccellenza…

 

Poi ci sono quelli che si concedono un periodo di riposo dall’allenamento ma raddoppiano l’uso di integratori, vitamine e proteine, convinti di potenziare il corpo e prepararlo alla ripresa dei lavori. O anche “i culturisti fai-da-te” che, parlando proprio di proteine assunte in ogni forma, sembra vivano l’illusione di vedere i loro muscoli crescere in tempo reale. E ancora, quanti ragazzi preparano la borraccia aggiungendo molti più sali della dose consigliata convinti di compensare meglio la sudata che stanno per fare?

 

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Chi domanda trova… risposte

Ho totale fiducia in Equipe Enervit. Ma se le loro risposte sono vincenti, è stato vincente anche il mio atteggiamento nel formulare le domande, adatte a ciò che volevo ottenere. Per questo mi permetto di coinvolgervi nell’argomento. Dove volete andare? Come vorreste farlo? Quanto conta davvero per voi arrivare al massimo delle vostre possibilità? I pareri degli esperti, le testimonianze degli atleti, tutte le informazioni specifiche che potrete trovare in questo contenitore possono essere dati o risposte.

Leggere senza avere le idee chiare, senza essersi fatti certe domande, può portarvi a incamerare un dato che, prima o poi, può servire. Ma che può anche smarrirsi prima che nasca la coincidenza in grado di renderlo utile. Fosse anche solo il togliersi dalla scia gli amici che vi accompagnano d’abitudine nel giretto domenicale. Ebbene, se questa è la vostra domanda tra queste pagine troverete certamente la risposta.

 

Fatemelo dire: fra tanti ciarlatani che vendono fumo, avere una fonte certa da cui comprendere cosa consumiamo durante il lavoro e determinare cosa serve restituire al nostro fisico per funzionare al meglio e per recuperare sembra una banalità. Ma è un aspetto importantissimo, trascurato inconsapevolmente da tantissimi atleti, amatoriali e di alto livello.

Sognando Tokyo 2020. Con curiosità  

Lo ammetto: credevo di sapere già tanto, ma è stata la nuova sfida nelle gare Ironman a ravvivare il mio interesse per la materia. Cercando una via ne ho scoperte e comprese anche altre, piccoli strumenti in più da riservare all’avventura Olimpica di Tokyo 2020.

 

Alla soglia dei 54 anni una medaglia (di qualsiasi colore, eh…?!?) sarà più un sogno che un obiettivo. Eppure, se una speranza esiste, è perché la curiosità può indurre a trovare la strada. E io questo volevo dirvi, gente. Che scienza e tecnologia danno grandi risposte, ma sono gli uomini che sanno fare le domande… Con buona pace del mio amico Mario.

Alessandro Zanardi, detto Alex, nasce a Bologna il 23 ottobre 1966. Sposato con Daniela, ha un figlio, Niccolò. A 14 anni inizia la sua avventura automobilistica nelle gare dei Go-Kart. In otto anni vince tre titoli nazionali e un europeo. Nel 1993 è in Formula 1 con la Lotus. Nel 1996 entra a far parte del Team di Chip Ganassi nella serie americana CART World Championship Series. Ci resta giusto il tempo di vincere due titoli Mondiali. Nel 1999 torna in Formula 1 a bordo, però, di una Williams. Nel 2001, sul circuito tedesco di Lausitzring, in Germania, un terribile incidente lo priva delle gambe. Potrebbe fermarsi, invece è la svolta. Nel giro di pochi anni, le sue strabilianti imprese lo eleveranno all’olimpo dei grandi campioni dello sport. Nel 2007 scopre l’handbike e si iscrive alla Maratona di New York: il quarto posto è tutto suo. Nel tempo, forza di volontà, entusiasmo e cura nei dettagli sono le qualità che affina sempre di più per fregiarsi del titolo di pluricampione olimpico nell’handbike. A Londra 2012, infatti, porta a casa 2 ori individuali nella cronometro e in quella in linea. E a Rio 2016, alla soglia dei 50 anni, grazie al lavoro svolto sotto la guida del suo preparatore atletico, Francesco Chiappero, e da tutto lo staff di Equipe Enervit, stravince nella cronometro e nella staffetta. Intanto, tra un’Olimpiade e l’altra, raccoglie altri ori nelle diverse edizioni del Para-cycling World Champioship. Tutto questo, senza mai trascurare il suo primo amore: le auto. Nel 2014 accetta di rivestire il ruolo di Ambasciatore di BMW nel mondo e rimette i panni di pilota nel Campionato Blancpain GT Sprint con la BMW Z4 GT3 ufficiale. Prosegue l’attività para-ciclistica e conquista la Coppa del mondo, il titolo di Campione mondiale nella gara a cronometro e in quella a squadre a Greenville, Stati Uniti. Ma il 2014 sigla anche l’importante incontro tra Alex Zanardi ed Enervit, che seguirà il campione nel suo debutto nella gara più massacrante del Triathlon: l’Ironman World Championship Final di Kona, alle Hawaii. Lo chiuderà in 9 ore, 47 minuti e 14 secondi, classificandosi al 273esimo posto su oltre 2000 partecipanti. C’è dell’altro, però: lo sfidante evento si trasformerà nell’occasione giusta per chiedere ad Alex di diventare Ambasciatore Enervit. Nel 2017 completa l’Ironman di Barcellona in meno di 9 ore. Nel 2018 conquista l’ennesimo oro nella cronometro nel Para-cycling World Champioship. E all’Ironman di Cervia, il tabellone sulla linea d’arrivo registra 8 ore, 26 minuti e 6 secondi: record mondiale per gli atleti con disabilità, all’interno del circuito Ironman. Mentre la classifica generale lo vede al 5° posto assoluto su quasi 3000 atleti in gara. La leggenda continua.