vittoria

Burraco, velocisti, gregari. E vittorie di squadra!

A piede libero di Alex Zanardi

Avete mai giocato a burraco? Be’, almeno saprete che è un gioco nel quale, per vincere, bisogna pescare un pozzetto di 11 carte, che viene accantonato in attesa della prima chiusura.

Come in tutti i giochi di carte, il fondoschiena fa sempre una enorme differenza. Ma se giocati in coppia, la fortuna degli avversari può essere mediata se c’è strategia fra te e il tuo compagno. Se riesci a intuire come favorire il suo gioco per fare meglio il tuo. Soprattutto, se capisci quando attaccare o sacrificarti. Alle volte, pescando quanto scartato dagli avversari, con lo scopo di fare miseri tris, può aprire il gioco. Carte alle quali chi gioca con te può poi attaccarsi.

Velocisti o gregari?

Tattiche che sul momento sembrano inutili. Ma che poco dopo potrebbero mettere il compagno nella condizione di fare la mossa decisiva. Eppure, quel misterioso pozzetto di 11 carte, che attende di essere raccolto, rappresenta una chimera irresistibile per la stragrande maggioranza dei giocatori. Per agguantarlo, devi chiudere una prima volta. E il pescare carte che non offrono garanzie, pare allontanarti dallo scopo.

Insomma, quando si gioca in squadra, c’è un momento in cui sarebbe essenziale capire chi può fare il velocista e chi deve accontentarsi di fare il gregario.

Questa metafora ciclistica non è casuale e ci torneremo sopra tra un attimo. Nel burraco, però, pochi giocatori hanno la capacità istintiva di comprendere quando è utile sacrificarsi per il bene della squadra. Si perdono le partite per questo. Poi, vabbè, ci si insulta amabilmente a vicenda, puntando il dito contro la malasorte o il culo degli avversari… Quasi mai sappiamo riconoscere che, anche se è soltanto un gioco, avremmo potuto giocarlo meglio. E allora mi domando: «C’è forse un punto di contatto con quel che accade ogni domenica nello sport?».

 

Nel calcio, un assurdo tiro in porta che, invece, poteva essere un assist vincente. Nella pallavolo, una schiacciata murata dagli avversari, quando il compagno aveva chiamato la palla perché liberissimo. O ancora, un pilota che resiste al compagno di squadra più veloce, mentre l’avversario nella lotta per il Mondiale fugge avanti, diventando imprendibile per entrambi.

 

preparazione

Ciclismo vs burraco

In tanti sport funziona così: fischietti o bandiere a scacchi decretano la fine di eventi sportivi nei quali i protagonisti avrebbero potuto incidere in modo diverso. Molto spesso cambiando il risultato a favore della propria compagine. Forse, c’è più d’una disciplina sportiva in controtendenza con questo principio, ma a pensarci e ripensarci, tra quelli più in vista, a me ne viene in mente uno solo: il ciclismo che, non a caso, ho evocato nella metafora.

 

Curioso che, volendo fare un ragionamento su quanto potente possa essere l’educazione, finisca a parlare di uno sport il cui nome, nell’immaginario collettivo, è quasi visto come sinonimo di doping. E qui bisogna fare un inciso: il doping attacca e contagia perfidamente lo sport a tutti i livelli dalla notte dei tempi. Laddove ci si è spinti a indagare anche contro le potenti lobby delle case farmaceutiche o di forti interessi, addirittura di Stato, come nel caso del Russiagate, è venuto tristemente fuori di tutto.

Oggi il ciclismo non è di certo lo sport più compromesso dal doping. Anche perché, guarda caso, lì i controlli si fanno davvero e da anni.

Allora, quali sono gli sport in cima alla lista? No, non divago e chiudo l’argomento citando un dato che appare curioso. La Wada, l’agenzia mondiale per la lotta al doping, di recente ha pubblicato una classifica dalla quale si evince che lo sport con il numero percentuale più alto di atleti dopati sia il bridge! Un numero che arriva a coinvolgere oltre il 22% dei giocatori. Seguono poi la lotta con il 19%, il football americano con più del 5% e così via. Anche la nobile atletica è davanti al bistrattato ciclismo, parcheggiato all’1,1%.

 

Non voglio difendere uno sport che ha tante colpe. Eppure, come detto, c’è qualcosa di attinente al tema dell’educazione che avviene nel ciclismo sul quale, a mio avviso, conviene soffermarsi. Quello ispiratomi dal burraco, per intenderci. Più in generale, sul fatto che siamo costantemente alla ricerca dell’interesse personale. Al voler essere sempre noi il velocista, mai il gregario.

 

competizione

Vittoria di squadra, vittorie condivise

Il punto è proprio qui: il grande rispetto delle gerarchie che vige nel ciclismo non deriva solo dagli obblighi contrattuali o dai semplici equilibri di forze interne alle squadre. Piuttosto, da un conclamato senso etico che fa parte di quel mondo che coinvolge ed educa alla svelta anche i giovani che vi entrano.

 

Perché un atleta – anche forte – si sacrifica, in salita. per favorire il compagno o un altro attacca, senza nessuna velleità personale, per mettere in difficoltà gli avversari del proprio capitano? E perché un buon ciclista lavora duramente per centinaia di km, fino a usare le ultime energie che ha in corpo, solo per tirare la volata al velocista del suo team? La risposta sta negli atteggiamenti più che nelle parole. Nel guardare quel ragazzo esultante in mezzo al gruppo che lo ha riassorbito a pochi metri dalla linea d’arrivo e che vede il compagno tagliare per primo il traguardo.

E che manifesta la stessa gioia che proverebbe se fosse stato lui a compiere quell’impresa. Tant’è vero che se gli chiedi di motivare quella felicità, la risposta stupita è che lui ha compiuto quell’impresa, vincendo con la sua squadra. Come dire: se non capisci questa cosa così elementare, vuol dire che non conosci il ciclismo.

Ecco, forse ce ne sono altri, ma tra i tanti sport in cui l’egoismo ciclicamente produce sempre gli stessi danni, il ciclismo rappresenta l’antitesi dell’egoismo che regola anche le tante storture della nostra vita. Ci regala lezioni di sincera e convinta fedeltà, dalle quali si potrebbe imparare parecchio. In fondo, questi momenti di gioia condivisa vanno semplicemente scoperti.

 

Alle volte basta che qualcuno ce lo racconti e ci educhi ad apprezzarli. Se tutti dicono che chi aiuta un compagno è un fesso, perché la vittoria va ricercata solo a livello personale, finiremo per credere che sia così. Invece, se cresci in un mondo in cui si vince e si perde assieme. E vedi i tuoi compagni gioire nel dopo gara allo stesso modo del capitano che ha tagliato per primo il traguardo, anche il ragazzo finirà per professare con entusiasmo quell’atteggiamento come un valore importante da coltivare e custodire.

Educare first

Quella del ciclismo è solo una metafora. L’ennesima che trovo nel motivare i miei ragionamenti, perché sono certo che l’educazione sia la più potente delle ricette per risolvere mille problemi, anche più importanti di una gara in bicicletta. Ed è per questo che non dovremmo mai dimenticarci di quanto sia fondamentale per una comunità continuare a investire sull’educazione. Il mio passare da un argomento all’altro può sembrare una forzatura: «Che cosa c’entra decidere chi passa per primo sotto il traguardo con ciò che determina, a più livelli, gli accadimenti nelle nostre vite?». Non vogliatemene se, invece, io scorgo un punto di contatto. Qualcosa di più complesso, nel quale, però, il tema dell’educazione è, a mio avviso, attinente e tristemente attuale.

L’informazione, oggi, è talmente varia e accessibile da indurci a credere che ognuno di noi possa accedere in maniera rapida alla verità. Io credo che sia vero il contrario.

Pur con più nozioni, il nostro senso critico non è sano come quello dei nostri nonni. Ci facciamo meno domande e siamo molto influenzabili dagli slogan. Avremmo dannatamente bisogno di buona educazione per ripristinare il nostro miglior senso critico nel valutare le cose che ci passano davanti agli occhi. È un’opinione, certo. Ma da questo punto di vista credo che manchino le ore di educazione civica e che un tempo facevano parte del percorso scolastico dei nostri ragazzi. Perché, forse, servivano anche a tenerli allenati su certi stimoli.

 

Questo incide sulle nostre scelte, che magari sarebbero diverse, se ragionate di più. Per fare un esempio importante, ed è buffo a dirsi: reputo che sia la nostra stessa comoda esigenza di credere ai miracoli, alle soluzioni facili per tutto e subito ad aver drogato il mondo politico, mettendo fuori gioco chi che si candida per gestire il bene comune con serietà e pragmatismo.

 

spirito-sportivo

Piccoli sacrifici, per grandi progressi

Il fatto è che non sappiamo apprezzare i piccoli sacrifici come passi fondamentali per progredire assieme. E chi ricorda alle persone le difficoltà del Paese, proponendo ciò che serve fare per raggiungere un obiettivo comune, non guadagna consenso. Se, invece, ignorando i mille problemi, promette di togliere tasse, illude di garantire benessere e assistenza per tutti, be’, allora, quella persona diventerà con tutta probabilità uno dei nostri governanti.

 

E poi via a dire che sono tutti uguali, che la politica è tutta corrotta. Nessuno è capace di ammettere che la colpa possa essere anche nostra. Perché, ammesso e non concesso che esista o sia esistita in tempi recenti la giusta proposta di governo, i fatti dimostrano che, come collettività, non siamo stati in grado di riconoscerla. L’unica attenuante che possiamo concederci è quella di non aver saputo educare. Di non aver offerto e, quindi, ricevuto, gli stimoli giusti per migliorare il nostro spirito d’osservazione, il nostro senso critico e la capacità di esercitare il nostro diritto di scelta.

 

In fondo, è di questo che si parla: scegliere che cosa davvero sia meglio per noi. E la confusione è su questo, perché viviamo in un mondo che, troppo spesso, propone solo modelli vincenti ai quali associarsi. Come dire: scelgo ciò che fa stare meglio me. Dimenticando, però, che stare solo meglio circondati dal disagio della collettività non potrà mai farci stare bene. Bene non è quando ti chiudi dietro la porta di casa lasciando fuori i problemi che affliggono altri, ma quando la apri per provare a risolverne qualcuno. Quando sai rinunciare a qualcosa, nella speranza che qualcosa ce l’abbiano tutti. Bene è quando sorridi a una persona che ti sorrideva già per prima, invece di guardarti con invidia.

Non c’è niente di male nella vita tentare di diventare un velocista o, almeno, sperare di avere l’occasione di provare. Ma visto che, di fatto, accade a pochi. Nelle piccole scelte che nella vita possono fare grande il nostro destino come collettività, dovremmo sapere addolcire il nostro sogno, così da vincere come squadra. Che, se permettete, è una cosa molto più importante e preziosa.

Gregari, velocisti, sport, alimentazione: tutto è collegato

«Zanardi, ma che cosa c’entra tutto questo con Enervit, in un luogo in cui si parla solo di sport, alimentazione e integrazione?», potrebbe chiedere qualcuno leggendomi. «C’entra, perché tutto è collegato», rispondo io. Perché per vincere, nello sport o nella vita, che in palio ci sia la gloria d’un giorno, un successo professionale o semplicemente la nostra serenità, bisogna passare da lì.

Bisogna fare squadra, bisogna scattare per sé o saper riconoscere il velocista per il quale vale la pena di alzarsi sui pedali e produrre il nostro sforzo migliore per lanciarlo nella speranza che ce la faccia. Che vada a vincere per noi.

Se, come nel burraco, l’unica cosa che conta ai nostri occhi è quello di andare a prendere il pozzetto. Quello che ci resta è lo sbraitare contro tutto e tutti. Poveri, e non nel portafogli. Ma perché abbiamo perso la capacità di fare autocritica. Di ammettere che, in fondo, è anche un po’ colpa nostra. Che sarebbe stato bello diventare grandi velocisti. Ma che avremmo potuto essere gregari migliori.

 

Alessandro Zanardi, detto Alex, nasce a Bologna il 23 ottobre 1966. Sposato con Daniela, ha un figlio, Niccolò. A 14 anni inizia la sua avventura automobilistica nelle gare dei Go-Kart. In otto anni vince tre titoli nazionali e un europeo. Nel 1993 è in Formula 1 con la Lotus. Nel 1996 entra a far parte del Team di Chip Ganassi nella serie americana CART World Championship Series. Ci resta giusto il tempo di vincere due titoli Mondiali. Nel 1999 torna in Formula 1 a bordo, però, di una Williams. Nel 2001, sul circuito tedesco di Lausitzring, in Germania, un terribile incidente lo priva delle gambe. Potrebbe fermarsi, invece è la svolta. Nel giro di pochi anni, le sue strabilianti imprese lo eleveranno all’olimpo dei grandi campioni dello sport. Nel 2007 scopre l’handbike e si iscrive alla Maratona di New York: il quarto posto è tutto suo. Nel tempo, forza di volontà, entusiasmo e cura nei dettagli sono le qualità che affina sempre di più per fregiarsi del titolo di pluricampione olimpico nell’handbike. A Londra 2012, infatti, porta a casa 2 ori individuali nella cronometro e in quella in linea. E a Rio 2016, alla soglia dei 50 anni, grazie al lavoro svolto sotto la guida del suo preparatore atletico, Francesco Chiappero, e da tutto lo staff di Equipe Enervit, stravince nella cronometro e nella staffetta. Intanto, tra un’Olimpiade e l’altra, raccoglie altri ori nelle diverse edizioni del Para-cycling World Champioship. Tutto questo, senza mai trascurare il suo primo amore: le auto. Nel 2014 accetta di rivestire il ruolo di Ambasciatore di BMW nel mondo e rimette i panni di pilota nel Campionato Blancpain GT Sprint con la BMW Z4 GT3 ufficiale. Prosegue l’attività para-ciclistica e conquista la Coppa del mondo, il titolo di Campione mondiale nella gara a cronometro e in quella a squadre a Greenville, Stati Uniti. Ma il 2014 sigla anche l’importante incontro tra Alex Zanardi ed Enervit, che seguirà il campione nel suo debutto nella gara più massacrante del Triathlon: l’Ironman World Championship Final di Kona, alle Hawaii. Lo chiuderà in 9 ore, 47 minuti e 14 secondi, classificandosi al 273esimo posto su oltre 2000 partecipanti. C’è dell’altro, però: lo sfidante evento si trasformerà nell’occasione giusta per chiedere ad Alex di diventare Ambasciatore Enervit. Nel 2017 completa l’Ironman di Barcellona in meno di 9 ore. Nel 2018 conquista l’ennesimo oro nella cronometro nel Para-cycling World Champioship. E all’Ironman di Cervia, il tabellone sulla linea d’arrivo registra 8 ore, 26 minuti e 6 secondi: record mondiale per gli atleti con disabilità, all’interno del circuito Ironman. Mentre la classifica generale lo vede al 5° posto assoluto su quasi 3000 atleti in gara. La leggenda continua.