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I grovigli di Internet e quel fattaccio sul doping

A piede libero di Alex Zanardi

A chi non è mai capitato di fare una ricerca su Internet e ritrovarsi risucchiato in un groviglio di rimandi e collegamenti? Trascinati dalla curiosità, finiamo col perderci tra le notizie, ma questo navigare senza più una meta definita spesso ci porta a scoprire cose inaspettate e interessanti.

Beh, circa un mesetto fa sono partito dalla parola Ironman (guarda un po’…) e dopo pochi collegamenti sono incappato in un pezzo del Corriere della Sera  che mi ha davvero colpito, per non dire sconvolto. Alberto Salazar, capo del centro allenamenti americano Nike Oregon Project, molto vicino a tanti dei più forti atleti americani, spesso vincitori e recordman nelle gare di atletica, è stato bandito dallo sport per quattro anni e allontanato dai Mondiali di Atletica di Doha. Bandito con un’accusa gravissima: istigazione al doping, traffico di testosterone e sostanze dopanti.

Alberto Salazar e le sue vittorie alla maratona di New York

Gli appassionati conoscitori dello sport ricorderanno Salazar per il suo passato di mezzofondista e maratoneta. Soprattutto, per aver vinto, dal 1980 al 1982, tre edizioni consecutive della Maratona di New York.

 

Smessi i panni dell’atleta, e tentate varie avventure, tra cui quella di ristoratore, a metà degli anni Novanta diventa un apprezzato allenatore. Il suo primo passo nella nuova carriera è quello di far quasi qualificare ai 5000m per i Giochi di Atlanta la 37enne Mary Decker. Quasi, perché proprio alla vigilia di quelle Olimpiadi, la Decker viene fermata: un esame antidoping rivela troppo testosterone ed epitestosterone nelle urine.

 

Questo ci fa capire quanto Salazar, sin dall’inizio, non sia mai stato un personaggio al di sopra di ogni sospetto. Eppure, potendo garantire buoni risultati a chi si affidava ai suoi metodi, non solo ha fatto carriera come allenatore, ma si è guadagnato il rispetto di organizzazioni che lo sport lo sostengono e lo promuovono. Vedi il Nike Oregon Project, che lo sceglie in veste di capo allenatore.

Stop al Nike Oregon Project

Con Salazar collabora Jeffrey Brown, fidatissimo medico endocrinologo, che, guarda caso, finisce coinvolto nello scandalo doping, beccandosi anche lui quattro anni di squalifica dalla USADA. È a seguito di tutto questo che Mark Parker, amministratore delegato di Nike, decide di chiudere quel centro attraverso il quale, negli anni, erano passati atleti quali il mezzofondista Matthew Centrowitz, il maratoneta Galen Rupp, o ancora il britannico Mo Farah.

 

La vicenda si chiude con le tristi parole di Travis T. Tygart, amministratore delegato dell’agenzia anti doping americana USADA, che dichiara testualmente: «In questo caso, alla fine, gli atleti coinvolti hanno trovato il coraggio di far emergere la verità. Il dottor Brown e Alberto Salazar, in forza al Nike Oregon Project, hanno operato costantemente come se la vittoria e il risultato fosse molto più importante della salute e del benessere degli atleti che avevano giurato di proteggere».

 

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Il doping? Una condanna senza se e senza ma. Ma…

Ed è qui che un cinquantenne come me fa un ulteriore salto sulla sedia: perché se un giovane atleta sbaglia a doparsi, un vecchio allenatore che lo fa dopare sbaglia il doppio. Il doping va condannato senza se e senza ma, in ogni sua forma, tuttavia a un ragazzo di vent’anni posso offrire un minimo d’indulgenza. Io stesso non sono in grado di garantire che, a quell’età, mi sarei opposto se un brizzolato allenatore mi avesse detto: «Lo fanno tutti!», «Devi crearti lo stesso punto di partenza, poi sarà comunque il tuo talento a farti vincere…». Quando si è giovani è normale fidarsi e sbagliare.

Per questa ragione mi indigno, anzi, mi infiammo. È inaudito che ci siano in giro personaggi che invece di usare la loro esperienza e la loro saggezza per guidare i giovani, ne approfittano per istigarli a pratiche illegali e pericolose. E solo per il loro tornaconto. 

Di solito si usa dire: «se i fatti venissero confermati…». Ma che indulgenza si può offrire all’uomo Salazar, che usava addirittura i propri figli come cavie per testare pomate dopanti, dicendo che “potevano farlo perché non erano tesserati con nessuna federazione sportiva”? Sono davvero incredulo di fronte a tutta questa vicenda, e soprattutto mi domando come sia stato possibile dare a un uomo simile incarichi tanto importanti e delicati.

L’ennesima tegola per lo sport

Personalmente, la vivo come l’ennesima tegola sulla credibilità dello sport. Se non ci interroghiamo su cose come questa, in che modo possiamo difendere lo sport da chi sostiene che il doping regoli interessi cari anche a tanti membri di istituzioni sportive che invece dovrebbero combatterlo? Io stesso non riesco a non pensare male quando scopro che Christian Coleman, attualmente il più forte centometrista al mondo, dopo aver saltato tre controlli antidoping (infrazione per la quale è prevista la squalifica di due anni), non solo partecipa al Mondiale di Doha, ma per giunta vince.

Ogni atleta di alto livello, inclusi noi paralimpici, deve dichiarare ogni giorno un’ora e un luogo di reperibilità per eventuali controlli antidoping a sorpresa, e quando i funzionari arrivano, non essere reperibili equivale a una sorta di cartellino giallo, la terza volta scatta la squalifica. Fuori per due anni!

E l’americano non è la prima eccezione ai sacrosanti regolamenti della WADA, anche la ciclista britannica Elizabeth Armitsead corse regolarmente ai Giochi di Rio dopo che la federazione competente, la UCI, l’aveva inizialmente sospesa a seguito della terza infra zione.

 

Poi però ci sono anche i casi opposti, vedi quello di Alex Schwazer, che dopo aver pagato, secondo le regole, per una colpa gravissima e tutta sua, arrivato il momento del riscatto ha subito una sorta di decapitazione pubblica diventando un vero e proprio capro espiatorio. Le autorità competenti stanno ancora lavorando per fare emergere la vera verità e ogni illazione oggi è fuori luogo, ma se dovesse saltar fuori che le cose non stanno come sembra, qualcuno dovrà dare delle spiegazioni…

 

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Doping: bisogna fare chiarezza

Oggi la speranza per la stragrande maggioranza di persone oneste e sincere che amano lo sport, lo praticano, lo insegnano, lo gestiscono e lo governano, è che venga fatta chiarezza. Soprattutto, che vengano allontanate persone alla stregua di Salazar. Solo così lo sport potrà recuperare credibilità e con lui le istituzioni sportive e gli enti preposti al monitoraggio e alla lotta al doping.

 

Abbiamo davvero bisogno che qualcuno indichi la strada. Con norme severe, deterrenti importanti, ma soprattutto usando la cultura e la buona educazione. Consentendo ai ragazzi di riconoscersi nei valori dello sport, nell’idea che vincere è raggiungere il miglior risultato che ognuno di noi è in grado di offrire. Come diceva Walter Chiari, indimenticabile attore, anche l’amore può essere il più grande dei gesti sportivi. Quando si dà tutto, con onestà e abnegazione.

A me piace credere che tanti, la maggioranza degli uomini che gestiscono il potere sportivo, siano a loro volta, e scusate il gioco di parole, degli sportivi veri. Noi “veterani” dobbiamo dare l’esempio e io nel mio piccolo cerco di farlo.

Come quando vado nelle scuole e racconto ai ragazzi della mia prima gara a cronometro in handbike. Presi più di 5’ dal vincitore, per consolarmi qualcuno mi disse di guardare la mascella di Oscar Sanchez, insinuando che potesse essere pieno di steroidi e anabolizzanti. La cosa mi mise in crisi: se era da lì che dovevo passare, quello sport non faceva per me. Decisi di non credere alla disonestà dei miei avversari e mi buttai in quella che si è rivelata una delle più belle avventure della mia vita. Parafrasando Valentino Rossi, «pensa un po’ se non ci avessi provato!».

Un’occhiata allo specchio per proteggerci dal doping

A Londra, tre anni dopo, battei Sanchez e compagnia, vincendo un Oro di cui conservo un ricordo meraviglioso e pieno di nostalgia, perché è viva in me la sensazione di ogni goccia di sudore versata per conquistarlo.

 

Ecco, ai ragazzi racconto questo. Quando mai nascesse in noi il dubbio, ricordiamoci di guardarci allo specchio prima di decidere. Non è previsto dalle norme internazionali della WADA ma, forse, interrogare di tanto in tanto la nostra coscienza è, e resterà, il più efficace tra i sistemi antidoping. Il modo migliore per proteggerci.

 

Alessandro Zanardi, detto Alex, nasce a Bologna il 23 ottobre 1966. Sposato con Daniela, ha un figlio, Niccolò. A 14 anni inizia la sua avventura automobilistica nelle gare dei Go-Kart. In otto anni vince tre titoli nazionali e un europeo. Nel 1993 è in Formula 1 con la Lotus. Nel 1996 entra a far parte del Team di Chip Ganassi nella serie americana CART World Championship Series. Ci resta giusto il tempo di vincere due titoli Mondiali. Nel 1999 torna in Formula 1 a bordo, però, di una Williams. Nel 2001, sul circuito tedesco di Lausitzring, in Germania, un terribile incidente lo priva delle gambe. Potrebbe fermarsi, invece è la svolta. Nel giro di pochi anni, le sue strabilianti imprese lo eleveranno all’olimpo dei grandi campioni dello sport. Nel 2007 scopre l’handbike e si iscrive alla Maratona di New York: il quarto posto è tutto suo. Nel tempo, forza di volontà, entusiasmo e cura nei dettagli sono le qualità che affina sempre di più per fregiarsi del titolo di pluricampione olimpico nell’handbike. A Londra 2012, infatti, porta a casa 2 ori individuali nella cronometro e in quella in linea. E a Rio 2016, alla soglia dei 50 anni, grazie al lavoro svolto sotto la guida del suo preparatore atletico, Francesco Chiappero, e da tutto lo staff di Equipe Enervit, stravince nella cronometro e nella staffetta. Intanto, tra un’Olimpiade e l’altra, raccoglie altri ori nelle diverse edizioni del Para-cycling World Champioship. Tutto questo, senza mai trascurare il suo primo amore: le auto. Nel 2014 accetta di rivestire il ruolo di Ambasciatore di BMW nel mondo e rimette i panni di pilota nel Campionato Blancpain GT Sprint con la BMW Z4 GT3 ufficiale. Prosegue l’attività para-ciclistica e conquista la Coppa del mondo, il titolo di Campione mondiale nella gara a cronometro e in quella a squadre a Greenville, Stati Uniti. Ma il 2014 sigla anche l’importante incontro tra Alex Zanardi ed Enervit, che seguirà il campione nel suo debutto nella gara più massacrante del Triathlon: l’Ironman World Championship Final di Kona, alle Hawaii. Lo chiuderà in 9 ore, 47 minuti e 14 secondi, classificandosi al 273esimo posto su oltre 2000 partecipanti. C’è dell’altro, però: lo sfidante evento si trasformerà nell’occasione giusta per chiedere ad Alex di diventare Ambasciatore Enervit. Nel 2017 completa l’Ironman di Barcellona in meno di 9 ore. Nel 2018 conquista l’ennesimo oro nella cronometro nel Para-cycling World Champioship. E all’Ironman di Cervia, il tabellone sulla linea d’arrivo registra 8 ore, 26 minuti e 6 secondi: record mondiale per gli atleti con disabilità, all’interno del circuito Ironman. Mentre la classifica generale lo vede al 5° posto assoluto su quasi 3000 atleti in gara. Nel 2019, a Emmen, in Olanda, vince il titolo di Campione mondiale di paraciclismo. Una manciata di giorni dopo è all’IRONMAN Italia di Cervia per una sfida che sa di impossibile: cimentarsi nell’IRONMAN Full distance e il giorno successivo tentare il 70.3. Lo scopo? Verificare, insieme all’Equipe Enervit, il recupero e lo stress, in vista di Tokyo 2020. L’impresa riesce alla grande. Batte se stesso e stabilisce il nuovo record mondiale nella Full distance in 8 ore 25 minuti e 30 secondi e termina il 70.3, registrando il tempo di 4 ore 31 minuti e 38 secondi. La leggenda continua.