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Endurance: oltre il limite

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Che la capacità di sopportare la fatica e insistere nell’esercizio anche quando si arriva a richiedere uno sforzo estremo e siamo al limite delle nostre possibilità sia una qualità importante nell’endurance è cosa nota. Tuttavia, la reale conoscenza di questa capacità sfugge alla maggior parte degli sportivi.

In fondo, tutti “mollano” soltanto quando percepiscono chiaramente che il corpo non ce la fa proprio più. Quando è evidente che la volontà di continuare non è più sufficiente a proseguire, perché il limite estremo è stato raggiunto. Certo, si tratta di percezione. Ma che cosa determina il limite? Qual è il meccanismo che fa “mollare”?

Che cosa determina il limite

Questa domanda è da sempre argomento di lavoro e ricerca per i fisiologi dell’esercizio. Fino a pochi anni fa, le cause prese in considerazione erano relative a muscoli, cuore, disponibilità di energia, idratazione. Ovvero, ai meccanismi che concorrevano a determinare l’impossibilità dei muscoli di continuare a lavorare all’intensità richiesta. In altre parole, la ricerca delle cause del limite era la ricerca delle cause del limite “muscolare” della performance.

Da qualche tempo, alcune evidenze sperimentali serie e convincenti rilevano che nel momento in cui si “molla”, anche quando si percepisce di aver portato lo sforzo al limite estremo, i muscoli sarebbero capaci di continuare a lavorare per un certo tempo, alla stessa intensità. Il limite ultimo, dunque, sembra essere altrove. Ovvero, nella testa dell’atleta e non nei suoi muscoli.

Ciò significa che muscoli, cuore, energia e idratazione e tutto quanto si è sempre studiato e saputo non hanno più rilevanza? Forse sta “tutto” nella testa dell’atleta? No, intendiamoci bene. L’intero lavoro dell’allenamento, del peso e della composizione corporea, della nutrizione e così via, rimane insostituibile. Tuttavia, c’è un altro fattore, quello della mente, che ha la capacità di fare abbandonare lo sforzo anche quando il corpo sarebbe ancora in grado di andare avanti. E ciò sembra avvenire normalmente.

Qual è il modello psicobiologico del limite

In sostanza, il fatto che “teniamo duro ancora per un po’” oppure “molliamo” dipende da un’inconsapevole valutazione della mente sull’opportunità o meno di insistere. Precisamente, dipende dal nostro personale bilancio tra la percezione della fatica (il prezzo che dobbiamo pagare) e la percezione dell’importanza (per un amatore direi la bellezza) del risultato per il quale stiamo combattendo (il premio della nostra fatica).

 

Quando la nostra mente stabilisce che il prezzo è diventato troppo alto per quello che desideriamo ricevere in cambio, ci fa “mollare”. Di norma, questo accade prima che i muscoli non ce la facciano più. Si tratta di un modello psicobiologico basato su evidenze sperimentali molto convincenti, non ancora accettato da tutti gli scienziati del settore, ma lo sarà.

 

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Come intervenire per spostare il limite

Se le cose stanno così, oltre che continuare a lavorare sull’allenamento e la nutrizione, come abbiamo sempre fatto, possiamo spostare un po’ il momento nel quale la mente dice “stop”? Sì. In effetti, è possibile lavorare a questo risultato attraverso due strade. La prima è di cercare di ridurre la percezione della fatica, la seconda è di aumentare la motivazione a raggiungere il risultato sportivo. Ma andiamo più in profondità e analizziamo le basi molecolari di questi due interventi.

Quando ci esercitiamo a lungo e le scorte energetiche iniziano a diminuire, nel cervello aumenta la quantità di una sostanza: l’ADP. La quale è in grado di influenzare l’attività delle cellule del cervello, legandosi a specifici recettori esposti alla loro superficie. E ciò determina cambiamenti nel funzionamento della mente.

Ora, l’ADP causa un aumento della percezione dello sforzo a parità di intensità dell’esercizio. Non soltanto, l’ADP è anche in grado di ridurre la nostra motivazione a cercare di raggiungere il risultato sportivo. Quindi, l’aumento dell’ADP all’interno del cervello ha un effetto sfavorevole sulle capacità di prestazione.

Come contrastare le azioni dell’ADP

Non ci sono certezze sulla possibilità di ridurre la produzione di ADP nel cervello. Tuttavia, possiamo fare in modo che, una volta rilasciato all’esterno delle cellule, questo neurotrasmettitore non faccia il proprio lavoro. Ciò è possibile se l’ADP trova i propri recettori sulle cellule del cervello già occupati da un’altra sostanza, con la conseguente impossibilità di agire. Bene, la sostanza in grado di competere con l’ADP per il legame con i suoi recettori, senza attivarli essa stessa, è la caffeina.

 

La caffeina, come è ormai largamente provato, aumenta le capacità di performance, almeno nella maggior parte degli atleti. Per lungo tempo si è cercato di capire come questo avvenga. Oggi il principale, se non l’unico meccanismo attraverso il quale si ritiene che la caffeina eserciti questa azione è l’inibizione dell’attività dell’ADP nel cervello.

 

Bibliografia

  • Staiano W, Bosio A, de Morree HM, Rampinini E, Marcora S. The cardinal exercise stopper: muscle fatigue, muscle pain or perception of effort?. Prog Brain Res 2018;240:175
  • Martin K, Meeusen R, Thompson KG, Keegan R, Rattray B. Mental fatigue impairs endurance performance: a physiological explanation. Sports Med 2018;48:204

Medico specialista in Scienza dell’Alimentazione e in Gastroenterologia, è professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Scienza dell’Alimentazione della Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano. Responsabile del Servizio di Nutrizione nello Sport di Mapei Sport Service, ambulatorio di Medicina dello Sport e Centro Ricerche, a Olgiate Olona (VA). È consulente per la nutrizione di singoli atleti professionisti e squadre professionistiche di numerosi sport, inclusi ciclisti vincitori del Giro d’Italia e del Tour de France, squadre del Campionato di Calcio di serie A, campioni nazionali di atletica leggera e una atleta medaglia d’oro olimpica di sci alpino. Dal 2008 è membro di Equipe Enervit.