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Una bella storia da raccontare

A piede libero di Alex Zanardi

Ci sono storie belle, popolari. Così simili a quelle raccontate nelle tante pellicole in bianco e nero del dopoguerra e che hanno nel farcela il loro ingrediente più romantico e toccante, a dispetto delle difficoltà che la vita imponeva in quegli anni.

Quando c’era tutto da inventare, perché tutto mancava e la gente si rompeva la schiena senza paura, perché le cose miglioravano in fretta. Questo regalava speranza più che fiducia. Il sogno era di costruire un benessere che non c’era ancora per i figli che un giorno, forse, l’avrebbero ereditato. Poi è toccata ai nostri genitori che, francamente, qualcosa in più hanno cominciato ad averla.

La giusta misura del poco

Su tutto, i più hanno evitato la guerra o l’hanno vissuta marginalmente. Ma quelli fortunati siamo stati noi. Perché anche se all’inizio c’era poco, a noi non è mancato nulla. Quel poco, quella giusta misura del poco, credo abbia stimolato la nostra capacità di desiderare e, al tempo stesso, di gioire per ogni piccola conquista. E ci si accontentava: bastava un pezzo di gesso per tracciare il gioco della Luna e scegliere un sasso buono per sfidare gli amici del cortile. Oppure scoprirci capaci di avvertire meraviglia nello scorgere un nido su un albero, nel vedere i girini appena nati nell’acqua di un fosso. O ancor più, quando d’estate non dovevamo andare a letto dopo Carosello e si poteva giocare a nascondino dopo cena, magari intravedendo dal nostro nascondiglio una stella cadente. Ed esprimere un desiderio, convinti, anzi certi, che riuscendo a farlo abbastanza in fretta si sarebbe avverato.

 

Avevamo l’esempio dei nostri genitori che lavoravano tanto e sodo per accedere ai lussi come la gitarella fuori porta o il picnic della domenica pomeriggio. Perché il mattino si andava in chiesa, magari con quel paio di scarpe buone, arrivato anch’esso come un grande dono da sfoggiare con orgoglio.

 

basta poco

Una generazione felice e sognante

La mia è stata una generazione felice e sognante. La domanda «Che cosa farai da grande?» arrivava a giorni alterni mentre pranzavamo con la famiglia e negli altri eravamo noi a comunicare con teatralità il nuovo progetto di vita appena rivisto. Mi viene da credere che quel mondo abbia in qualche modo attrezzato tanti bambini nel diventare appassionati lottatori di vita. Fabio era di certo uno di questi bambini. Vispo, sempre sorridente, mai fermo. Mai il primo della classe a scuola, ma sempre tra i primi nel cuore della maestra che li aveva cresciuti.

Un giorno il nonno lo aveva portato a vedere il passaggio del Giro d’Italia. Tornando, nella prima occasione di convivialità familiare a tavola, aveva dichiarato solennemente che nella vita avrebbe fatto il Corridore come Gimondi. I bambini cambiavano e cambiano idea: non Fabio. Nemmeno quando la vita sembrava volergli imporre un cammino diverso, dove la salita non sarebbe stata quella da scalare in bicicletta ma, piuttosto, quella in apparenza molto più dura della disabilità.

Un giorno, un anziano signore che guidava l’auto, anche se ubriaco, diventò vittima e carnefice della sua vita. Vittima, perché quando investi due bambini innocenti che hanno la sola colpa di essere sulla stessa tua strada mano nella mano, non sarai mai più un uomo felice. Carnefice, perché anche se certe cose nella vita non si possono evitare solo a forza di buone intenzioni, quel suo mettersi al volante nelle peggiori delle condizioni cambiò per sempre la vita del piccolo Fabio e della cugina che lo teneva per mano.

 

Lei fu investita dall’auto che la trascinò sulla strada per decine di metri. Fratture multiple, degenza lunghissima in ospedale ma, pur con gravi conseguenze permanenti, si salvò. Era più grande del piccolo Fabio che quel giorno le era stato, come dire, affidato. E per questo lo teneva per mano con responsabilità, con una presa così salda, che quando fu investita dall’auto, il plesso brachiale dell’esile braccio del bambino si strappò di netto. La speranza tiepidamente offerta dai medici per un possibile recupero parziale dei movimenti si perse nel tempo, assieme al tono muscolare di un arto che non si sarebbe più mosso come prima.

L’inizio del saper farcela

La vita per Fabio non sarebbe stata più la stessa, eppure i suoi sogni non cambiarono. Questo ostinato modo di pensare può anche essere normale per un bambino, ma un conto è provare, un altro è riuscire a dispetto delle difficoltà.

 

Diventando uomo, Fabio ha fatto la sua parte: ha studiato quel che serviva e poi è andato a lavorare. Ha messo su famiglia e insieme ad Antonella ha cresciuto tre bellissimi figli, due ragazze e un ragazzo. Tra le difficoltà eh, perché lavorando in fabbrica bisogna saper tirare la cinghia quando si avvicina la fine del mese. Ma a dispetto di tutto, non ha mai mollato il suo sogno: quello di andare in bicicletta e di fare il Corridore.

 

Un brav’uomo Fabio. Uno che sul lavoro non s’è mai tirato indietro guadagnandosi la stima e l’amicizia dei colleghi. Soprattutto dei suoi superiori, perché non puoi non notare un uomo che con il suo sorriso e la sua caparbietà nell’affrontare ogni giorno le difficoltà più ovvie, finisce per ispirare quelli che gli stanno attorno, rendendoli persone migliori.

 

Forse è per questo che quando la vita, che come dice spesso un mio amico, ha più fantasia di noi, ti fa finalmente un regalo tanti sono felici per te. E il regalo arrivò sotto forma di un incontro con Mario Valentini. Che dopo aver diretto la Nazionale Italiana di ciclismo su pista, aveva da poco ricevuto l’incarico di ristrutturare e gestire i programmi del Ciclismo Paralimpico dalla Federciclismo.

 

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Il sogno romantico di un bambino chiamato Fabio Triboli

Fabio aveva portato avanti il suo sogno come poteva, finendo per correre gare di mountain bike. Che era poi quello che si riusciva a fare sulle colline vicino a Lecco dove vive, con qualche puntatina fuori dal solito perimetro, dopo aver risparmiato un po’. Perché se affronti una trasferta per una gara che merita, beh, vuoi non mettere un paio di copertoni nuovi sulla bici? Vuoi non fare un salto dal meccanico per revisionare il mezzo? Insomma, oltre alla benzina per andare sul campo di gara, motivi più che buoni per rompere, di tanto in tanto, il porcellino riempito con fatica ce n’erano…

Mario Valentini gli offre una diversa prospettiva: quel braccio inutile che lo ha sempre limitato nel gareggiare contro gli altri, può diventare il suo biglietto d’ingresso in un mondo dove i sogni, anche i più arditi, possono realizzarsi.

Potrebbe non essere facile per un ex-ragazzo di ormai quasi 40 anni continuare a sudare per inseguire quel sogno da bambino. Ma, in fondo, nell’accezione più nobile del termine, Fabio Triboli un bambino lo è ancora. Per ognuno di noi, cavalcare gli eventi per trasformare ciò che accade in un’opportunità dovrebbe essere una regola. Nelle avversità, pochi ci riescono. Eppure, alcuni lo fanno, quindi un modo esiste… Un modo che potrebbe portarti a dire: «se non fosse accaduto quel che è accaduto, non sarei stato qui!».

La maglia più bella, la Maglia Azzurra

Tornando alla nostra storia, QUI è Pechino, Giochi Paralimpici del 2008. Sono serviti impegno e sudore. È servita molta pazienza, ma Fabio è diventato un Corridore che indossa alle Paralimpiadi la maglia più bella, la Maglia Azzurra.

 

E visto che favola deve essere, nella prima delle tre gare per le quali si è qualificato, quella dell’inseguimento su pista, vince la medaglia d’Argento. E poi di Bronzo, sette giorni dopo, nella prova a cronometro su strada.

 

A casa la festa è già partita. Antonella, felice e commossa, al telefono gli racconta di come la famiglia ha vissuto i suoi successi, delle figlie che a scuola si vantano orgogliose delle imprese del padre e del sindaco, che sta già organizzando una festa in paese per il suo ritorno. E ancora del signor Carcano, il proprietario dell’azienda dove Fabio lavora, che ha già detto che la prima festa la si farà in fabbrica, con tutte le persone che gli vogliono bene e che sono orgogliose di lui.

 

Poi, siccome le donne sono più pratiche e pragmatiche, gli parla anche di tutte le cose che potranno fare con i premi delle medaglie. Soldi veri per una famiglia che, pur facendolo con assoluta dignità, s’è sempre dovuta fare bastare uno stipendio per fare tutto.

 

Ancora inebriato da tutto questo, arriva per Fabio il giorno dell’ultima gara, la corsa in linea. Teoricamente, per le sue buone doti di velocista, anche quella che alla vigilia rappresentava l’opportunità migliore per vincere una medaglia. Vada come vada, perché giusto tre anni fa ti facevi i conti in tasca per cambiare un copertone alla bici e ora sei un doppio medagliato paralimpico. Un professionista, nel vero senso del termine. Uno di quelli che dalla propria attività ci ha finalmente tirato fuori anche di che vivere.

 

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Un attimo, una distrazione e il fisico molla

Con l’animo sereno Fabio attacca da subito trovando la collaborazione di altri due atleti molto forti. Arriva un’occasione e vanno in fuga. Prendono un vantaggio notevole, quasi due minuti e sembrano imprendibili. Poi però accade quello che non ti aspetti: a un’Olimpiade, si dice infatti: «ho vinto l’Argento, o il Bronzo», non, «sono arrivato secondo o terzo…». Perché al contrario di Mondiale lì ogni medaglia conta. Ed è per questo che normalmente, quando sei in fuga assieme ad altri due soli atleti, ti aspetti collaborazione. Ma questa non arriva.

Fabio dà l’anima per non fare rientrare il gruppo ma il gruppo arriva e, a meno di un solo giro dal traguardo, li riprende. Quando accade, Fabio sente di aver speso ormai tutto. Fa un caldo pazzesco a Pechino ma lui ha i brividi di freddo. Tutta l’energia spesa, tutta la fatica già fatta inseguendo un sogno ormai svanito impone al suo corpo un dazio severo e piano piano perde terreno. Prima la ruota di un compagno, poi anche i ritardatari di quel gruppo lo staccano.

Conosco quel momento. Quando sei intossicato di fatica e il fisico non risponde più e ancor meno la mente. È un attimo. Una distrazione, una difficoltà aggiuntiva come una mezza scivolata, un salto di catena o un banalissimo colpo di vento e ti fermi. Poi, un attimo dopo, ti riprendi e ti maledici per avere mollato e se ormai è tardi, puoi anche arrivare a convincerti che doveva andare così, che non si poteva fare di più.

Il bene degli altri, la forza di continuare

Come detto, capita. E se non ci siete passati, forse vuol dire che non avete mai spinto abbastanza per arrivare a conoscere quella sensazione. O non ne avete mai avuto l’occasione Perché quando conta davvero, non lo decide il prestigio dell’evento nel quale ti stai cimentando, ma la fame che hai o che ti è rimasta. Fabio aveva fatto un’abbuffata fuori programma nei giorni precedenti. Due medaglie già vinte. Che cosa poteva importare a questo punto? «Torna a casa contento!» aveva pensato.

 

Poi, però, può anche accadere dell’altro. Che ti tornino in mente i sacrifici che hai fatto. Quelli che hai imposto alla tua famiglia negandogli tempo. Non al mare o in montagna tutti insieme, ma tu a sudare in bici e loro ad andare avanti facendo dell’altro senza di te. Che anche se i sei mesi di aspettativa che hai ottenuto per preparare quella gara sono un diritto tutelato per legge, mentre tu eri in giro in bici ad allenarti c’erano altri in fabbrica a spostare le casse per te. E l’hanno fatto con gioia, perché ti stimano, ti vogliono bene e adesso sono là, dopo le gioie che gli hai regalato si aspettano che tu possa dargliene ancora nell’ultima gara in programma…

Tu, poi, che cosa gli racconterai: «Eh, ero un po’ stanco e, alla fine, ho mollato…!». Accade così che tu non lo faccia solo per gli altri. Quando pensi che hai aspettato quarant’anni per avere una chance che probabilmente non si ripresenterà più. Perché anche se hai già vinto, oggi è il giorno in cui potevi far accadere dell’altro e ti sei arreso.

In questi momenti può succedere la cosa più bella. Che tu scopra che non serve una ragione particolare per rialzarsi sui pedali a spingere. Basta qualcosa che ti faccia ricordare la stessa intatta passione che ti faceva rompere il maialino per andare a fare le gare in mountain bike contro dei signor nessuno quando tu eri l’ultimo fra loro. E che vuoi farlo per te stesso, perché puoi, e non sarà tra un giorno, un’ora o un attimo ma è adesso che devi farlo.

La vita è una, la vita è adesso

Così Fabio si rialza sui pedali, ritrova un ritmo, riprende la migliore andatura possibile e sorridendo davvero in modo convinto si dice: «Oh Triboli, metti mai che la vita voglia farti un altro regalo e ti che fai, non ti presenti?». Quasi come se qualcuno da lassù avesse apprezzato il suo cambio di ritmo, emotivo ancor più che fisico, fuori da una collina a tre chilometri dal traguardo, nel campo visivo più ampio che gli si apre davanti, Fabio scorge il gruppo là davanti. Appallottolati come si dice in gergo, a non più di 500 metri.

 

Ormai vicini al traguardo, tutti gli atleti avevano iniziato a studiarsi, a risparmiare energie per la volata che si sarebbe sviluppata di lì a poco e facendo questo stavano rallentando.

Ritrovando la speranza più che una vera e propria fiducia, Fabio ignora i dolori, la fatica, il sudore gelato che gli avvolge il corpo pensando solo a proseguire per chiudere quel divario che, peraltro, vede di metro in metro ridursi.

Ora non serve chissà quale allungo per vedere i corridori davanti. Spinge, spinge ancora, quasi ridendo di quello sforzo stupido che sta facendo contro ogni pronostico perché anche se li raggiungesse, da cosa potrebbe estrarre ancora energia per una ipotetica volata con loro. Chissenefrega, la vita è una, la vita è adesso, si ripete: «Triboli, vai avanti!» si intima…

 

Incredibile: quando ha quasi raggiunto il gruppo che procede ad andatura tattica, il corridore Brasiliano, uno dei più forti negli ultimi metri, scatta per anticipare tutti. E come se fosse tutto a posto nei muscoli e nel fisico, Fabio intuisce l’opportunità: arrivando lanciato, gli basta un piccolo scatto per agganciare la ruota del Brasiliano. Alla compagnia si aggiungono altri quattro corridori che anticipano gli altri tra cui il Belga, sulla carta il più forte dei velocisti. Mentre questo accade, dai rumori terrificanti di metalli che sfregano sull’asfalto, Fabio intuisce che il gruppo dietro di loro è stato rallentato da una caduta.

Una finale Olimpica

È una finale Olimpica, non un concorso di fair play e i sei corridori iniziano a dare l’anima per tenere quei metri di vantaggio che la fortuna ha regalato loro. Fabio sente il corridore inglese chiedergli collaborazione urlandogli: «Fabio, come on! Come on mate!». E Fabio pensa: “Sì, come on ‘sta cippa! Non ne ho più, cavolo. Buona grazia se non mi staccate subito!».

Si vede l’arrivo 500 metri più avanti. E mentre decide solennemente che sarebbe bello avere ancora qualcosa da spendere in quell’attimo, perché il momento per scattare è arrivato, riesce a vedere Mario Valentini sotto la linea a braccia alzate. Quell’uomo che aveva incontrato a un appuntamento casuale organizzato dal destino, che per culo, o per classe incomprensibile, a certi appuntamenti arriva sempre puntuale. Quasi sapesse che poteva andare così, quasi pensasse che doveva andare così, quasi fosse certo che sarebbe andata così.

E, d’un tratto, lo pensa anche Fabio. Lo sfinimento, gli sforzi fatti, il dolore… non c’è più nulla. Solo la voglia di tagliare per primo il traguardo, perché è lì, perché si può fare. Fabio si alza sui pedali e il corpo risponde, cazzo come risponde! Le gambe spingono sui pedali, butta giù i rapporti con la catena che resta tesa come la cima che tiene una petroliera in porto investita dal vento, risale il gruppetto e, infine, passa, anche l’ultimo dei suoi avversari.

 

Il corridore Belga, il più forte. Che, conscio della sua forza, era partito lunghissimo, convinto della sua tattica. Fabio è sulla linea e, servisse mai a fargli capire chi ha tagliato per primo il traguardo, riaprendo gli occhi dopo lo sforzo ritrova il tipo coi baffi e la maglia dell’Italia a braccia alzate.

 

Servirà un altro minuto al vecchio Mario, fermo sul traguardo, per raggiungere Fabio, che s’è ormai fermato cento metri più avanti. Ma adesso un minuto può passare. Adesso di minuti ne possono passare e ne passeranno tanti perché quell’Oro è e sarà per sempre di Fabio Triboli.

 

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Un altro dei nostri tentativi migliori

Io l’ho un po’ romanzata ma, credetemi, è andata davvero così. Ve l’ho raccontata perché ogni volta che sento questa storia mi vengono in mente le parole di mio Padre. Quando mi diceva: «Sandrino, bisogna sempre dare il massimo, anche quando sembra che ci sia solo bonaccia. Perché se poi il vento arriva, tu sei già lì a prenderlo!».

 

Fabio Triboli è uno che, metaforicamente, ha sempre provato a prendere il mare e quando finalmente è arrivato il vento a gonfiare la sua vela, ha mostrato a chi aveva occhi per vedere come accadono le cose. Che devi volerlo, non per soldi, fama o per migliorare la tua vita, ma perché l’unico modo per vivere al meglio è cogliere l’attimo. Facendo sempre le cose che ami al meglio delle tue possibilità. Sempre, che si tratti di Giochi Olimpici o della gara del quartiere. I

l mondo Paralimpico è difficile da capire. Capita anche che arrivino nuovi atleti che meritano una classificazione, ma il cui inserimento in una categoria stravolga i valori e le forze in gioco.

Oggi, nella C5, la categoria dove correva Fabio, senza due braccia che tengano saldamente il manubrio in volata non puoi più essere competitivo. Così, alla vigilia dei Giochi di Londra, Mario Valentini ha chiesto a Fabio di passare la mano, di agganciare il gruppo come suo Collaboratore e oggi si occupa di noi. E lo fa bene, in modo unico, per le sue competenze tecniche e la sua grande capacità di motivare le persone.

Forse sono un romantico, però a sentire questa e altre storie dal suo vocione mi carica e immancabilmente il pensiero vola alle cose da fare che mi stanno già portando a Tokyo.

Non so dove potreste trovare il vostro Fabio Triboli dal quale estrarre quelle energie che possono spingervi a fare le cose. Eppure, sono certo che a saper vedere, in giro, ci sono persone capaci di ispirarci. Che si possa imparare da tutti, se non siamo troppo concentrati su noi stessi. Io questo sbaglio, a quasi 53 anni, non me lo posso permettere. D’altronde, sono le armi che mi restano: consapevolezza, misura e testardaggine, più che determinazione. Perché indipendentemente da quello che è accaduto ieri, la vita è adesso. E viverla davvero significa scorgere un nuovo spazio per fare solo un altro dei nostri tentativi migliori.

Alessandro Zanardi, detto Alex, nasce a Bologna il 23 ottobre 1966. Sposato con Daniela, ha un figlio, Niccolò. A 14 anni inizia la sua avventura automobilistica nelle gare dei Go-Kart. In otto anni vince tre titoli nazionali e un europeo. Nel 1993 è in Formula 1 con la Lotus. Nel 1996 entra a far parte del Team di Chip Ganassi nella serie americana CART World Championship Series. Ci resta giusto il tempo di vincere due titoli Mondiali. Nel 1999 torna in Formula 1 a bordo, però, di una Williams. Nel 2001, sul circuito tedesco di Lausitzring, in Germania, un terribile incidente lo priva delle gambe. Potrebbe fermarsi, invece è la svolta. Nel giro di pochi anni, le sue strabilianti imprese lo eleveranno all’olimpo dei grandi campioni dello sport. Nel 2007 scopre l’handbike e si iscrive alla Maratona di New York: il quarto posto è tutto suo. Nel tempo, forza di volontà, entusiasmo e cura nei dettagli sono le qualità che affina sempre di più per fregiarsi del titolo di pluricampione olimpico nell’handbike. A Londra 2012, infatti, porta a casa 2 ori individuali nella cronometro e in quella in linea. E a Rio 2016, alla soglia dei 50 anni, grazie al lavoro svolto sotto la guida del suo preparatore atletico, Francesco Chiappero, e da tutto lo staff di Equipe Enervit, stravince nella cronometro e nella staffetta. Intanto, tra un’Olimpiade e l’altra, raccoglie altri ori nelle diverse edizioni del Para-cycling World Champioship. Tutto questo, senza mai trascurare il suo primo amore: le auto. Nel 2014 accetta di rivestire il ruolo di Ambasciatore di BMW nel mondo e rimette i panni di pilota nel Campionato Blancpain GT Sprint con la BMW Z4 GT3 ufficiale. Prosegue l’attività para-ciclistica e conquista la Coppa del mondo, il titolo di Campione mondiale nella gara a cronometro e in quella a squadre a Greenville, Stati Uniti. Ma il 2014 sigla anche l’importante incontro tra Alex Zanardi ed Enervit, che seguirà il campione nel suo debutto nella gara più massacrante del Triathlon: l’Ironman World Championship Final di Kona, alle Hawaii. Lo chiuderà in 9 ore, 47 minuti e 14 secondi, classificandosi al 273esimo posto su oltre 2000 partecipanti. C’è dell’altro, però: lo sfidante evento si trasformerà nell’occasione giusta per chiedere ad Alex di diventare Ambasciatore Enervit. Nel 2017 completa l’Ironman di Barcellona in meno di 9 ore. Nel 2018 conquista l’ennesimo oro nella cronometro nel Para-cycling World Champioship. E all’Ironman di Cervia, il tabellone sulla linea d’arrivo registra 8 ore, 26 minuti e 6 secondi: record mondiale per gli atleti con disabilità, all’interno del circuito Ironman. Mentre la classifica generale lo vede al 5° posto assoluto su quasi 3000 atleti in gara. Nel 2019, a Emmen, in Olanda, vince il titolo di Campione mondiale di paraciclismo. Una manciata di giorni dopo è all’IRONMAN Italia di Cervia per una sfida che sa di impossibile: cimentarsi nell’IRONMAN Full distance e il giorno successivo tentare il 70.3. Lo scopo? Verificare, insieme all’Equipe Enervit, il recupero e lo stress, in vista di Tokyo 2020. L’impresa riesce alla grande. Batte se stesso e stabilisce il nuovo record mondiale nella Full distance in 8 ore 25 minuti e 30 secondi e termina il 70.3, registrando il tempo di 4 ore 31 minuti e 38 secondi. La leggenda continua.